UN METODO DI STUDIO
Se scopo della scuola è educare alla libertà, a un giovane serve un metodo, una strada sperimentabile giorno dopo giorno, che gli consenta di camminare verso la meta.
Un metodo, non “istruzioni per l’uso”: non si tratta di assimilare una serie di corrette procedure, per eseguire puntualmente operazioni prestabilite. Tanto meno si tratta di acquisire nozioni analitiche, magari trovate sui libri o udite dalla cattedra, e però prive di nessi e di senso.
La posta in gioco è educare una certa posizione umana, una disposizione intelligente e leale della mente e del cuore verso la realtà. Uno studente è dotato di un metodo di studio quando, trovandosi di fronte a un dato o a un fatto nuovo, ignoto o imprevisto, vuol capirlo e sa interrogarlo con domande opportune, ricavate proprio dal lavoro fatto nelle discipline, per trovare una via che ne sveli il significato e che magari apra nuove prospettive. Un metodo è insomma una sana abitudine a ragionare dinanzi al mondo e ad agire nella vita.

L’INSEGNANTE
Per educare un’abitudine simile ci vuole un insegnante, un adulto competente ed entusiasta che “segni la direzione” e riesca a “imprimere un segno” nei cuori. Allora il giovane, pian piano, impara a guardare al reale per riconoscerne i tratti rilevanti, entro un’articolazione di nessi che costituiscono il senso del reale e ne fanno sentire il sapore, la tenuta, la forza.
Compito dell’insegnante non è travasare nei ragazzi nuove informazioni – che uno studente appena scaltro può ricavare da quella sterminata banca dati che è il web –. Assai di più, chi insegna ha la possibilità unica di far venire alla luce la naturale curiosità degli alunni e svilupparne le capacità logiche e affettive, che in origine, fin dalla nascita, sono patrimonio intrinseco, genetico quasi, di ciascun essere umano.

EDUCARE AL DIALOGO CRITICO
Per un giovane la scuola – lo sappiamo – non è l’unico luogo in cui apprendere: ogni condizione, ogni circostanza sono occasione di conoscenza. Ma nell’aula scolastica l’esperienza di senso prende forma nella misura in cui il docente riesce a intercettare e a interpellare la libertà dell’allievo in un serio e serrato dialogo critico. Nell’esperimento di laboratorio come nella lettura di un testo d’autore è in gioco la stessa ragione, in una ricerca cui tutti sono chiamati in causa a dare il loro apporto con domande, suggerimenti, obbiezioni, argomentazioni, scoperte. L’insegnante è efficace, coglie nel segno, se sa prendere spunto dall’esperienza conoscitiva del giovane per esplicitarne i moventi e le ragioni e renderla quindi parte di una visione unitaria dell’essere e della costruzione di un sapere condiviso.

COME NASCE LA VOGLIA DI STUDIARE?
Se è vero che un metodo s’impara facendo, se una certa capacità conoscitiva si acquisisce nell’esperienza quotidiana, nella pazienza indomita di un percorso tracciato da un maestro, la “voglia di studiare” è pur sempre condizione necessaria al cammino.
La libertà di uno studente si accende in presenza di fatti, d’immagini, di parole che lo colpiscono, che lo meravigliano, che ne esaltano la naturale inclinazione a vedere e a capire di più e meglio come stanno le cose. Ciò avviene, come una sorpresa, dinanzi all’oggetto del suo studio, a quell’ambito di realtà che può diventare una risorsa utile alla sua vita, grazie alla quale il giovane si accorge della realtà più vasta, profonda, misteriosa di sé e del mondo. Di ciò rende testimonianza l’insegnante nel normale lavoro svolto in classe, dimostrando tale positiva apertura all’essere, e tutta la potenza attrattiva della realtà.
Se la proposta attrae, lo studente non si distrae, questo è certo.
E la voglia si fa gusto.