Il nuovo spettacolo del laboratorio teatrale degli studenti del “don Gnocchi”
venerdì 2 ottobre 2026
Cineteatro L’Agorà
via A. Colombo 2, Carate Brianza
inizio dello spettacolo ore 21:00
Si richiede la prenotazione attraverso un click sul pulsante sottostante.
Presentazione
IL PURGATORIO
Il cammino della libertà
Riscrittura drammaturgica di Mario Luzi
A cura di Andrea M. Carabelli
Si può ricominciare? Si può cambiare, anche dopo aver sbagliato? È possibile riconoscere le proprie ferite, guardare con sincerità la propria storia e rimettersi in cammino? Il Purgatorio è la cantica di questa possibilità: un viaggio faticoso e pieno di speranza, nel quale il dolore acquista un significato e ogni passo avvicina alla libertà.
Nella riscrittura drammaturgica di Mario Luzi, la poesia di Dante prende corpo attraverso una successione di incontri, dialoghi, visioni e canti. Lo spettacolo attraversa tre grandi momenti: lo spaesamento e l’attesa dell’Antipurgatorio, l’ascesa lungo le sette cornici della montagna, l’approdo al Paradiso terrestre.
Dante è al centro di questa esperienza con il proprio corpo vivo, la fatica, la paura, lo stupore. Accanto a lui cammina Virgilio; intorno si raccoglie un’umanità che conserva la memoria della terra e desidera raggiungere la propria pienezza. Alla loro vicenda si intreccia la voce del Poema, che dà respiro al paesaggio, racconta ciò che appare e apre l’esperienza dei singoli a una dimensione universale.
Il viaggio comincia nella luce dell’alba, davanti al mare. Le anime approdano sulla spiaggia accompagnate da un angelo e dal canto «In exitu Israel de Aegypto»: un canto di liberazione, che annuncia il senso dell’intera salita. L’incontro con Casella riaccende la dolcezza dell’amicizia e della musica. Dante cerca di abbracciarlo, ma le sue braccia si richiudono sul vuoto. L’affetto è rimasto intatto; è cambiato il modo in cui può manifestarsi. Poi la voce di Catone interrompe l’incanto e richiama tutti alla necessità di proseguire.
Nell’Antipurgatorio, le anime affidano a Dante le loro storie e la richiesta di essere ricordate. Iacopo del Cassero e Buonconte da Montefeltro rievocano la fuga, la violenza, gli ultimi istanti della vita. Pia de’ Tolomei consegna a poche parole il ricordo di sé. Nell’abbraccio fra Sordello e Virgilio, il riconoscimento di una patria comune si allarga al dolore per un’Italia divisa, che trova voce nell’invettiva corale. Nino Visconti porta invece la nostalgia degli affetti, il timore di essere dimenticato, il bisogno della preghiera di chi è rimasto.
Sono incontri nei quali la distanza fra vivi e morti si fa sottile. Una parola, una lacrima, un gesto di pietà possono ancora unire chi è separato. Il canto serale del «Te lucis ante», la presenza degli angeli e l’attesa della notte raccolgono queste anime in una comunità custodita, ancora fragile e già certa della propria destinazione.
Oltre la porta del Purgatorio comincia l’ascesa. La montagna diventa una presenza viva: impone fatica, determina il ritmo del cammino, mette ciascuno di fronte a ciò che deve attraversare. Le sette cornici rendono visibili le passioni che hanno piegato l’amore umano e il lavoro necessario per liberarlo.
Sotto il peso dei massi, i superbi recitano insieme il Padre nostro. Omberto Aldobrandeschi riconosce l’arroganza alimentata dal prestigio della propria famiglia; Oderisi da Gubbio ripensa al desiderio di eccellere e alla fragilità della fama. La sua voce interroga anche Dante: quanto vale il riconoscimento degli uomini? Che cosa rimane della gloria per cui si è lottato?
Nella cornice degli invidiosi, Sapia racconta la gioia provata davanti alla sconfitta dei propri concittadini. I suoi occhi cuciti rendono concreta la deformazione di uno sguardo che ha cercato soddisfazione nel male altrui. Nel fumo degli iracondi, Marco Lombardo affronta invece il tema della responsabilità: l’uomo possiede una libertà che lo chiama a rispondere delle proprie scelte. Il disordine del mondo investe così la coscienza di ciascuno e il compito di chi guida gli altri.
Al passaggio per la quarta cornice, la voce del coro porta in primo piano la domanda sul bene che tutti desideriamo e nel quale cerchiamo pace. Il sogno della femmina balba, trasformata dallo sguardo di Dante in una sirena seducente, mostra poi quanto il desiderio possa lasciarsi ingannare: ciò che promette appagamento può trattenerci e allontanarci dalla meta.
Disteso a terra fra gli avari, papa Adriano V racconta di aver scoperto, proprio al vertice del potere, che nessuna dignità terrena riusciva a placare il suo cuore. Poco dopo, un terremoto scuote la montagna e il canto del «Gloria» si leva dalle anime: qualcuno ha compiuto la propria purificazione. È Stazio, che si unisce al cammino e riconosce in Virgilio il maestro al quale deve la propria vocazione poetica e, nel racconto dantesco, l’avvicinamento alla fede. Il loro incontro dà forma alla gratitudine verso chi ha illuminato una strada, talvolta senza conoscere il bene generato dalle proprie parole.
Tra i golosi, Dante ritrova Forese Donati. Il volto è consumato dalla fame, ma la voce permette all’amico di riconoscerlo. Nel dialogo tornano il passato condiviso, il dolore per gli errori e l’amore fedele di Nella, le cui preghiere hanno sostenuto il cammino del marito.
Infine, fra le fiamme dei lussuriosi, appaiono Guido Guinizzelli e Arnaut Daniel. Dante incontra i maestri della poesia d’amore mentre essi attraversano il fuoco che li purifica. Anche lui dovrà entrare in quelle fiamme. La meta è vicina, eppure la paura lo arresta: sarà Virgilio a incoraggiarlo, ricordandogli che oltre quel muro lo attende Beatrice.
Il rapporto fra Dante e Virgilio attraversa tutto lo spettacolo. È fatto di fiducia e domande, esitazioni e richiami, fermezza e tenerezza. La guida sostiene il discepolo fino al momento in cui può riconoscerne la libertà conquistata. Il congedo di Virgilio porta a compimento il suo compito: Dante può ormai assumere la responsabilità dei propri passi.
Dopo il sogno di Lia, che rappresenta la vita attiva, il Paradiso terrestre si apre come uno spazio di rinnovata armonia. Matelda ne esprime la gioia attraverso il canto, il movimento e la familiarità con una natura viva. La processione simbolica allarga la visione; luci, figure e voci preparano l’apparizione di Beatrice.
È qui che il viaggio raggiunge il suo centro più intimo. Mentre Dante scopre con dolore l’assenza di Virgilio, Beatrice lo chiama per nome e lo pone davanti alla verità della propria vita. L’amore ritrovato gli chiede di riconoscere lo smarrimento, le promesse ingannevoli che ha seguito, il bene dal quale si è allontanato. La confessione e il pianto diventano il passaggio necessario per una riconciliazione profonda.
Nell’acqua dell’Eunoè, che ravviva la memoria del bene, si compie il rinnovamento. Dante torna pronto a proseguire: la sua libertà è diventata capacità di accogliere e desiderare ciò che lo attende.
Il Purgatorio offre al pubblico l’esperienza di una poesia che vive nelle relazioni: nell’amicizia, nella richiesta di perdono, nella gratitudine verso un maestro, nel bisogno di essere ricordati. La voce individuale e quella corale si rispondono lungo tutta la salita, facendo emergere una certezza: il cambiamento coinvolge ciascuno personalmente e si nutre dell’aiuto degli altri.
È questa umanità in cammino che lo spettacolo porta sulla scena. Un’umanità capace di riconoscere il male compiuto e ancora desiderosa di felicità, fino alle parole con cui Dante conclude la sua ascesa: «puro e disposto a salire a le stelle».
