A cena con l’artista Giovanni Frangi 

Arcipelago

I segreti della natura 

Classe 5A

9 Novembre  2018
la cena sarà introdotta alle ore 19.45

il menù

Entrée…un segreto benvenuto

Antipasto

Crema di ceci con limone e olio evo, polpo arrostito e cialda di semola

Primo

Raviolo di barbabietola al ragù di coniglio e carbone vegetale

Secondo

Baccalà in olio cottura, tisana alla rosa canina, zenzero e ravanello

Dessert

Mousse di cioccolato bianco e yogurt, croccante di quinoa, bacche di goji essiccate, acqua di melograno e gelatina di frutti rossi 

Vini in abbinamento 

35€

Osservazioni su “Arcipelago”

di  Luca Doninelli

 ( scrittore e giornalista, nasce nel 1956 a Leno, attualmente vive e lavora a Milano)

Giovanni Frangi e io ci conosciamo da trentacinque anni, e non mi sono mai annoiato di guardare i suoi quadri. Quello che mi è sempre piaciuto di questo pittore è la sua capacità di non fare mai due mostre uguali. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire in lui, c’è sempre qualcosa che emerge, imprevisto, dal non-detto. 

Ingmar Bergman racconta che la stroncatura più inappellabile che un critico abbia fatto di un suo film fu dopo l’uscita di Sinfonia d’autunno, quando il suo recensore preferito concluse il proprio elogio di prammatica pressappoco con queste parole: insomma, abbiamo visto un film di Bergman. Ossia, un film come ne avevamo già visti.

In tutti questi anni non mi è mai accaduto di vedere una mostra di Giovanni che non dicesse qualcosa di nuovo. Non tutte le sue mostre mi sono piaciute allo stesso modo, ma anche quelle che mi piacevano di meno erano comunque la testimonianza di un passo compiuto, magari piccolo e incompleto ma inequivocabile. C’è sempre l’occasione di soffermarsi davanti a una carta, a un olio, e notare qualcosa che ci fa dire: ecco, questo non l’avevo mai visto. 

Non concordo del tutto con chi legge Giovanni nel solco della storia della pittura italiana. Non che questo non sia vero, ma a me pare che in Giovanni ci sia molto altro. Un po’ per scherzo e un po’ sul serio gli ho sempre detto che è il più giapponese tra i pittori italiani. Non so come l’abbia presa, comunque vorrei spiegare perché l’ho chiamato così. 

Il fatto è che Giovanni è, tra i pittori di mia conoscenza, il meno legato alle regole della prospettiva, che impongono a tutti gli elementi di un quadro di precipitare verso un punto di convergenza. 

Se il cammino dell’estetica occidentale ha privilegiato questa identificazione tra principio di unità e principio – chiamiamolo così – di concentrazione, la storia è disseminata di esperienze dove, senza necessariamente negare il principio di unità, il molteplice prevale sulla tirannia del centro e l’unità (sempre che esista) esplode dall’interno, dal cuore stesso della molteplicità. 

Giovanni Frangi è un pittore della molteplicità, policentrico: dunque poco occidentale, appunto giapponese. O africano. 

Nei dipinti che compongono la sezione “Arcipelago” di questa grande personale, tale molteplicità si rivela non soltanto e non tanto nella composizione (come in certi soggetti precedentemente esplorati), ma nello sguardo stesso che fissa le immagini, le trattiene, le custodisce. Ed è uno sguardo felicemente non-occidentale. Un rosso africano, toni da savana, da steppa, rivestono tratti di mare a noi familiari, coste europee, approdi mediterranei. I paesaggi di vacanze spensierate, di memorie locali, di avventure da romanzo italiano diventano all’improvviso il terminale di viaggi spropositati, di attraversamenti di deserti, di separazioni strazianti, di morti abbandonati per strada, di un mare varcato ma non da tutti. Occhi che hanno conosciuto mondi e situazioni umane a noi sconosciuti guardano adesso queste spiagge, queste insenature, questi promontori ai quali noi leghiamo bei ricordi, progetti di future escursioni. 

Occhi diversi, racconti diversi. Osservando questi dipinti mi accorgo che ogni quadro ha un suo “prima”, e che questo “prima” non affonda le sue radici soltanto nella sua biografia registrabile ma in un legame che la vita e l’arte tessono tra il nostro presente e il presente di tutti. Accade in sogno di provare una forte emozione per un ricordo che ci appare intimo finché dura il sogno, e che, una volta di nuovo desti, ci lascia soltanto una domanda: ricordo di chi? 

L’arte ruba ai sogni la loro forza immaginativa, la loro capacità di vivere una pluralità di vite. Ma, a differenza dei sogni, conferisce a questa libera attività del pensiero un rigore, una riconoscibilità, una condivisibilità. Il sogno è uno spettacolo il cui unico spettatore possibile è il sognante stesso, l’opera d’arte è (ovviamente) l’opposto di tutto questo: eppure la dinamica del sogno rimane, questa volta a livello di coscienza, a livello del rinnovarsi continuo della coscienza. I ricordi personali si mescolano con la storia, con la nostra partecipazione cosciente ad essa e con quella inconsapevole. Le vite, le storie, i racconti degli altri diventano a poco a poco i nostri. Nelle nostre cucine compaiono cibi, condimenti, aromi che quindici, vent’anni fa non avremmo mai immaginato, e che oggi fanno parte del nostro vivere quotidiano, anche se esse continuano a parlare altre lingue. Il curry, la papaya, le bacche di goji, la quinoa accrescono il nostro repertorio gustativo e olfattivo come un tempo avvenne per il caffè, i pomodori, le banane.  

E con i colori ci raggiungono le biografie di altri uomini, di altri popoli, storie di deserto e di monsone si fissano in noi, piano piano diventano nostre, i lontani si fanno vicini, siedono alle nostre mense, ridono e piangono di ciò di cui ridiamo e piangiamo noi. 

Così impariamo che un tratto di costa ligure può essere non soltanto la meta di una piacevole vacanza, o di una cenetta in riva al mare, ma anche un porto di salvezza, che il Tigullio non è così diverso dal Lago Tanganica, con la sola differenza che qui (forse) si potrà vivere ancora.

Molti artisti, a cominciare da Pablo Picasso, e seguitando con Jimi Hendrix, cercarono di spezzare il cerchio dell’Occidente, nel quale si consumava la loro vita di artisti, e andarono in Africa, a scoprire da dove veniva il loro volto, dove avevano avuto origine i loro occhi, le loro mani. Giovanni procede in modo diverso in una direzione non dissimile, con alcune differenze però capitali. 

La prima differenza è che le differenze stesse oggi sono qui, a casa nostra, e che il cerchio dell’Occidente si va spezzando non per la volontà di un artista irrequieto ed eccentrico disposto ad avventure e viaggi, ma per la forza stessa della vita quotidiana. Nella vita di ogni giorno, lungo le strade e dentro le case di sempre, la nostra memoria si modifica col modificarsi del paesaggio umano, fino a mutare il racconto della nostra stessa vita.

Una pluralità di sguardi vibra nelle immagini di “Arcipelago”, mille occhi fissano quella costa, quei colli: mille ricordi, mille biografie.  I panorami a noi familiari si fanno enigmatici, e all’improvviso ci scopriamo figli di una storia che non sapevamo, che nel quotidiano procedere del racconto che facciamo di noi stessi (tutti ci raccontiamo) ci sorprende come una rivelazione. Noi non siamo mai ciò che siamo: siamo ciò che non siamo, non siamo ciò che siamo, e quella che chiamiamo la nostra memoria, il nostro vissuto, ha la sua radice ultima in questo enigma vitale. 

Luca Doninelli, scrittore e giornalista, nasce nel 1956 a Leno, attualmente vive e lavora a Milano

 

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