L’educazione è per sua natura un dramma, l’interferenza tra persone che giocano la loro partita, crescono, si perdono o fioriscono secondo la traiettoria misteriosa, inafferrabile, suggerita dalla spinta affascinante e tremenda della libertà. Ogni parola che descriva quest’arte non può essere desunta da uno schema precostituito; essa va guadagnata e compresa nell’azzardo dell’esperienza.
Se il mondo non ci appare un groviglio caotico e inestricabile, se ogni mattino che viene sulla terra ci trova ricchi di una storia da vivere e raccontare, lo dobbiamo a chi ci ha consegnato il prezioso tesoro di un’esperienza densa di significato e ce ne ha fatto assaporare l’aroma. Possiamo riconoscere che la vita ha un senso in virtù di chi è venuto prima di noi e ci è stato compagno sulla via del nostro destino umano. Tuttavia quel che ci è stato dato non è compiuto una volta per tutte, ma va continuamente riconquistato, verificato, ricostruito da capo perché possa essere vivo. Né possiamo consegnare questo tesoro a chi è più giovane di noi come si consegna un libretto di istruzioni per l’uso. Al contrario, si tratta di un regalo impegnativo, perché richiede l’esercizio della libertà, tanto di chi lo offre (e non può offrirlo senza rischio personale) che di chi lo riceve (e non può riceverlo senza rischio personale).
Sono queste le ragioni per cui ci impegniamo nell’opera educativa. La nostra scuola non è nata in polemica o in alternativa con le altre opere educative (statali e non) del nostro territorio, ma per amore alla libertà, con il desiderio di apportare un contributo all’edificazione della nostra società e di non censurare nulla, secondo il motto paolino: “Vagliare tutto e trattenere quello che vale”. È quanto ogni giorno chiediamo agli studenti, quando diciamo loro: “Non vogliamo che tu pensi come pensiamo noi, ma che ti assuma la responsabilità di prendere sul serio quel che ti viene proposto, di paragonarlo con le tue esigenze, di decidere per ciò che riconosci vero e di rischiare la vita su quel che decidi”.
La scuola ha a che fare con la cultura. La domanda di Leopardi “Ed io che sono?” è l’espressione sintetica di quel contraccolpo che descrive e insieme inaugura l’infinito procedere della cultura, della conoscenza della realtà. Per questo amiamo “le cose” e le parole che le descrivono, gli accenti musicali e letterari che fanno vibrare l’animo e l’intelletto, le linee e i colori che ci rappresentano persino oltre i confini del rappresentabile, i segni, i numeri, i simboli che misurando rasentano l’incommensurabile. Ci è caro il sapore del pane e del vino, il lavoro e la lotta degli uomini, la fatica della vita, la politica che si occupa della città degli uomini in cui abitiamo e l’amore. Ci è caro scoprire il nesso potente che tiene insieme tutto questo e lo lega a noi.
Ma la cultura è il fantoccio di se stessa se non è passione per gli uomini che, non avendoli scelti, ci vengono affidati nelle pieghe ordinarie dello spazio e del tempo feriale: i “nostri”studenti. Non è cultura quella che vibra per le idee e guarda insofferente le loro teste che oscillano sui banchi di scuola. Non è cultura quella che si infiamma per gli alti pensieri e considera uno spiacevole inconveniente la fisionomia spesso goffa, indisponente, contraddittoria, incoerente, ottusa con cui si mostra l’umano. Senza passione per questa umanità reale e prossima non c’è cultura, non c’è scuola, non c’è possibilità di relazioni umane, ma solo indifferenza e violenza. Più di ogni altra dote, l’insegnante ha bisogno di amare gli uomini, di amare sé. Gli è necessario conoscere, desiderare di conoscere il valore infinito di chi gli vive accanto. Gli è necessario il sentimento del destino.
Entrare in classe è giocare la partita della vita: accusare il colpo di ciò che è presente, assumersi la responsabilità di una proposta, accettare il rischio della verifica, implicarsi con le possibilità sorprendenti e impreviste che ne possono scaturire.
Entrare in classe è fare, rischiare, sbagliare, mettersi a repentaglio, e imparare tutto il buono che ne emerge.
Insieme, non da soli. La nostra non è la scuola dell’individuo, né del gruppo; piuttosto, è la scuola della persona: sono chiamato in causa personalmente a percorrere la strada con chi mi chiama e si lascia chiamare in causa da me.

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