A margine del concerto di Filippo Gorini

tenutosi a Carate, l’8 febbraio 2018

Lo si sarebbe dovuto sentir parlare. Vederlo, vedere i suoi occhi brillare mentre parlava. Quella sera non si sarebbe riusciti a comprendere pienamente, no, a comprendere almeno parzialmente ciò che di lì a poco sarebbe accaduto su quel palco se prima non lo si fosse sentito introdurre la sonata che stava per offrirci. Io la penso così: c’era semplicità nelle sue parole, seppur nel discorso non mancasse la terminologia adeguata, ma si coglieva nettamente che quello che spiegava era suo, lo possedeva completamente, era chiaramente la sua passione. Prima dell’esecuzione, esaltante e commovente, Filippo Gorini introduce la Sonata per pianoforte n. 29 “Hammerklavier” op. 106 in si bemolle maggiore di Beethoven e io ne rimango già affascinata: perché possa definire il terzo movimento, l’adagio, un movimento profondo, che porta chi si lascia prendere a seguirlo in questa riflessione, sono certa che egli lo deve avere talmente chiaro in sé stesso che diventa evidente che la musica è la sua passione. Non intendo questa parola in senso sentimentale, bensì come esperienza di grandezza e bellezza che Filippo ha fatto sua.

Per tutta la durata del concerto sono sempre più conquistata, a partire dall’aspetto tecnico: vedo le mani, le dita danzare, quasi non riesco a distinguerle, le braccia si intrecciano, si sciolgono, il pianista partecipa interamente con il proprio corpo, sobbalzando o accarezzando i tasti con più delicatezza.

Mi accorgo di non comprendere la musica più di quel tanto, ma prestando fede proprio a quello che è stato detto nell’introduzione riesco a immedesimarmi, ed è una sorpresa sempre nuova. Lo vivo, lo intuisco, mi sembra di capire che cosa intendesse quando ha definito l’adagio profondo, la fuga… Anche nell’esecuzione di Le sacre du printemps di Stravinsky, in coppia con Daniele Fasani, mi sembra di assistere a un virtuosismo di corpi che si muovono, si alternano, incrociano le braccia, fanno scorrere le dita, posizionano le mani contemporaneamente sulla stessa manciata di tasti…

Non so bene quali parole usare, come esprimere bene quello che sento, so per certo che mi sorprendo spesso sorridere a un passaggio, oppure rimanere a bocca aperta, e tutto questo senza accorgermene, senza che ci debba pensare. Non so, penso che per questo potrei affermare di averla toccata questa bellezza, questa grande musica.

Allora, per concludere questo breve pensiero, prendo in prestito delle parole molto più chiare e profonde delle mie: «Forse è possibile affermare che in realtà anche negli altri due ambiti – l’amore e la morte – il mistero divino ci tocca e, in questo senso, è l’essere toccati da Dio che complessivamente costituisce l’origine della musica. […] Si può dire che la qualità della musica dipende dalla purezza e dalla grandezza dell’incontro con il divino, con l’esperienza dell’amore e del dolore. Quanto più pura e vera è quell’esperienza, tanto più pura e grande sarà anche la musica che da essa nasce e si sviluppa». (Benedetto XVI, Cracovia, 2015)

 

Anna Cattaneo

Studente della IV Scientifico